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domenica 29 gennaio 2017

Una merenda antica: el paradell cui pomm

Quando ero una bambina, mia nonna mi preparava sovente il paradell, una frittella fatta con ingredienti comuni, sempre disponibili nella dispensa, ma non per questo meno golosa. Quasi a sottolineare l'origine antica e poverissima di questa merenda, mi recitava la seguente filastrocca, che voleva far riflettere su come, in tempi lontani di miseria, non tutti si potessero permettere di  gustare anche un semplice paradell.

"Parada faress.
se oli g'avess,
acqua se,
farena no, 
me manca la saa". 

"Farei una frittella
se avessi l'olio, 
acqua sì,
farina no,
mi manca il sale". 

Ora i tempi sono cambiati e ai bambini si offrono merendine sofisticate e ogni bendiddio. Nonostante ciò, credo sia intelligente proporre ai nostri figli o ai nostri nipoti un assaggio del buon tempo antico, in cui una semplice frittella veniva servita con il condimento di tutto l'affetto possibile. Sul blog c'è già la versione semplice del Paradell; questa è arricchita dalla presenza della mela, che regala un sapore e una consistenza diversi. A voi la scelta.

PARADELL CUI POMM (FRITTELLA CON LE MELE)
Ingredienti per 3 persone, equivalenti ad un grande paradell
3 uova, biologiche (153g)
1 cucchiaio di zucchero semolato (17g)
un pizzico di sale
100g di farina 00
100g di latte fresco, intero
1 mela Golden
olio di arachide per friggere

zucchero semolato per spolverare il paradell 
Rompere in una ciotola le uova e batterle brevemente con lo zucchero. Unire la farina e il sale, mescolando con cura. Diluire con il latte, formando una pastella di buona consistenza. Sbucciare la mela; dividerla in quattro e privarla del torsolo. Tagliare ogni spicchio in fettine sottili. Aggiungere la mela e mescolare di nuovo. In una larga padella antiaderente (diametro 26cm), far scaldare un po' d'olio. Quando, versata una goccia di impasto, questa salirà immediatamente a galla, versare tutta la pastella e far cuocere, a fiamma moderata, finché il fondo sarà dorato. Con precauzione, usando una paletta forata, girare il paradell e finire di cuocerlo anche sull'altro lato. Estrarlo poi dall'olio e metterlo a scolare su un doppio foglio di carta da cucina. Spolverarlo con abbondante zucchero semolato e servirlo ben caldo.
Annota bene: a piacere, si può aromatizzare il paradell con un po' di buccia di limone o un cucchiano di estratto naturale di vaniglia.
Anche Beatrice ha apprezzato il paradell cui pomm!

venerdì 28 settembre 2012

La Torta Jolanda


Con il sopraggiungere del fine settimana, vi lascio la ricetta di questo dolce estremamente fine e delicato che si avvantaggia, per una perfetta armonia di sapori, del riposo di un giorno. E' una torta assai nota nelle pasticcerie di Como ed ha la caratteristica di essere cotta in uno stampo a corona (forse in onore della regina Jolanda, a cui sembra essere ispirata) e di presentare una cupoletta al centro, esaltata dalla strategica aureola di zucchero a velo che la circonda. E' molto simile, come concetto, alla torta Paradiso ma contiene un filino meno di burro. La ricetta l'ho presa da un nuovo libro dedicato alla cucina lariana che mi ha regalato di recente mia madre; nell'originale ci va la fecola di
patate ma io, per mio gusto personale, ho preferito l'amido di mais. Inoltre, si può sostituire tranquillamente la farina 00 con quella di riso, per avere così un dolce senza glutine (informarsi se il Grand Marnier e il bicarbonato di ammonio rientrano tra gli alimenti consentiti). Io ormai ne preparo due alla volta, raddoppiando le dosi, poiché mi viene spesso richiesta dalle amiche e non voglio privare la mia famiglia del piacere di gustarsene una fetta con il caffè del mattino.


TORTA JOLANDA 

Dosi per uno stampo da brioche (capacità 1 litro)

130 g di burro (morbido)
90 g di zucchero a velo + 50 g di zucchero semolato
1 pizzico di sale
i semi di ½ bacca di vaniglia
la buccia grattugiata di 1/2 limone
2 tuorli
2 albumi
1 uovo intero
100 g di amido di mais
50 g di farina 00 (si può sostituire con farina di riso)
1 g di bicarbonato d’ammonio (ammoniaca per dolci)
2 cucchiai di Grand Marnier

Accendere il forno a 170°C.  Montare gli albumi con 50 g di zucchero semolato, fino ad ottenere una meringa morbida. Tenere da parte. Battere con le fruste elettriche il burro fino a ridurlo in crema; aggiungere, poco alla volta, lo zucchero a velo e gli aromi (semi di vaniglia e buccia di limone grattugiata) fino a quando tutto assumerà una consistenza soffice come la schiuma da barba. Arrivati a questo punto, unire, gradualmente, i due tuorli e l’uovo intero, non aggiungendo il secondo se il primo non sarà perfettamente incorporato. Setacciare la maizena con la farina, il sale e il bicarbonato di ammonio. Aggiungere delicatamente le polveri all’impasto, utilizzando una spatola flessibile. Completare con gli albumi, aggiungendoli in tre riprese e amalgamandoli con grande delicatezza per non smontare il composto. Versare nello stampo precedentemente imburrato e infarinato; formare, con il dorso di un cucchiaino, una fossetta al centro dell’impasto; versarvi dentro il Grand Marnier ed infornare per 45 minuti. Verificare la perfetta cottura introducendo un lungo spiedo di legno al centro del dolce: dovrà uscirne asciutto. Sformare e lasciar raffreddare la torta sopra una gratella. Una volta fredda, decorarla con un giro di zucchero a velo.

lunedì 10 ottobre 2011

La miascia della nonna Laura


Due sabati fa siamo stati a casa di mia madre, al lago, e l'abbiamo trovata indaffaratissima: stava finendo di cuocere i pan de mej mentre, sul tavolo di cucina, troneggiavano tre esemplari appena sfornati di miascia, l'antica torta di pane di origine tremezzina. Tutta questa grazia di Dio era destinata ad un'asta benefica, finalizzata a raccogliere fondi per la parrocchia; abbiamo immaginato (pronostico confermato dai fatti) che si sarebbe scatenata, tra gli estimatori, la solita contesa a suon di vertiginose offerte al rialzo, per l'accaparramento dell'agognato dolce. Il fatto è che, ormai, più nessuno ha tempo o voglia di preparare la miascia con le proprie mani e quando capita l'occasione di poterne gustare una fetta, meglio ancora se preparata da persona di provata capacità, la festa è grande. La ricetta la potete trovare qui sul blog, ma non siate troppo fiscali con le dosi: la miascia è un dolce che si prepara a shtimm, a stima, secondo quello che offre la dispensa, e non saranno una pera o una mela in meno o in più a rendere questo dolce meno straordinario. Vi raccomando una sola cosa: non dimenticate il rosmarino. E' quello l'ingrediente segreto che dona un'aromaticità particolare alla miascia.



martedì 12 aprile 2011

Menestra de ris, patati e lacc. Minestra di riso, patate e latte

Se ci si ferma un attimo a ricordare, parlo alle persone della mia età, in cosa consisteva la cena fino a cinquant'anni fa, credo che si prenderebbero molti spunti per diversificare i nostri pasti odierni. A casa mia, in tutte le stagioni, il primo consisteva quasi sempre in una minestra, con ortaggi variabili a seconda dell'offerta dell'orto, a cui faceva seguito qualcosa di molto sobrio, che poteva essere un pezzetto di formaggio, un uovo o cose del genere...o anca un bel nagott! In pratica, il pasto principale era quello del mezzodì, la sera si stava leggeri. La minestra non era mai la stessa e ricordo che una delle mie preferite era proprio quella che vado ad illustrarvi: la minestra di riso, patate e latte. E' una vecchissima ricetta, pare di origine rinascimentale, molto diffusa nell'area lariana e un po' in tutta la Lombardia, perché riunisce due ingredienti tipici della nostra terra: il riso e il latte; le patate sono un'aggiunta di mia madre. Provate qualche volta a prepararla ai vostri bambini, darete loro un pasto sano e nutriente. Anche questa ricetta partecipa alla raccolta di ricette in dialetto del blog Una mamma e sette laghi.

Per quatru person

8 dl de lacc
4 dl de acqua
saa
160 g de ris
1 patati gross
1 nus de büter
udur de nus muscada

Mett el lacc e l'acqua in una caziroeula; bütech dent el patati, tajaa in quatru toch. Fa büj, sala e bütech dent anca el ris. Cös a fiama basa, e gira de spess. Quand el ris l'è quasi prunt, tira fó i toch de patati e scüsci bee cunt una furchèta. Bütii dent anca mò 'ndela menestra e finiss de cös. Prema de mett nei scudell, cundis cunt una nus de büter e una bela gratada de nus muscada. Màngela téveda!


Per 4 persone

8 dl di latte
4 dl di acqua
sale
160 g di riso
1 grossa patata
1 noce di burro
profumo di noce moscata (facoltativo)

Mettere il latte e l'acqua in una pentola; aggiungere la patata, sbucciata e tagliata in quattro pezzi. Portare ad ebollizione, salare, gettare il riso. Cuocere a fiamma moderata, mescolando spesso. Quando il riso sarà quasi pronto, prelevare con un ramaiolo i pezzi di patata e schiacciarli con una forchetta. Ributtarli nella minestra e proseguire la cottura per qualche minuto, facendo addensare. Prima di servire, aggiungere una noce di burro e una bella grattugiata di noce moscata. Scodellare la minestra, lasciandola un po' intiepidire.





La machina del ziu Toni
Davide Van De Sfroos



...Varda cume bali bee
Cunt i anfibi e la cresta
la barbeta de rasta
e i topp soel giubètt
Sunt el re della Zoca de l’oli
E che 'nmezz alla pista me par che me basta
tutt quell che g’ho
E chissà gio in fuunt al pràa
che vita me specia
quaand verdi ‘l cancell
che strada faroo e che machina lüstra
e che cilindrada
e chi sà in soel sedil che de fiaanc chi se seterà gio ...

...Guarda come ballo bene
con gli anfibi e la cresta
la barbetta da rasta
e le toppe sul giubbetto
Sono il re della Zoca de l'oli
e qui in mezzo alla pista mi sembra che mi basti
tutto quello che ho
E chissà giù in fondo al prato
che vita mi aspetta
quando apro il cancello
che strada farò e che macchina lucida
e che cilindrata
e chissà sul sedile qui di fianco chi si siederà...

Testo e traduzione © Copyright 2001 - 2011 cauboi.it

lunedì 17 gennaio 2011

Castagne e panna montata (castegn e lacc mel)


Senza voler rubare il lavoro all'almanacco del giorno, consentitemi un piccolo accenno al santo di oggi: sant'Antonio Abate, eremita egiziano nonché protettore degli animali e consolatore dell'uomo nelle sue tribolazioni. Fino a pochi decenni fa, al mio paese d'origine, sul lago di Como, era tradizione celebrare il santo con una messa di primo mattino, a cui seguiva la benedizione degli animali sul sagrato della chiesa e l'incanto dei canestri. Formaggi, latte, panna, burro e salsicce, generosamente offerti dai contadini del luogo, venivano messi all'asta e il ricavato devoluto alle opere di carità della parrocchia. A mezzogiorno le osterie si riempivano di avventori, richiamati dal profumo della cassoeula e della polenta con le luganeghe o la mortadella di fegato. In famiglia era tradizione preparare le castagne con la panna montata, una ghiottoneria di cui mi ero dimenticata fino alla telefonata di mia mamma, ieri. Fortunatamente, proprio domenica pomeriggio siamo capitati nella cittadina di Abbiategrasso dove, sulla piazza principale, un banchetto vendeva le pregiate castagne secche di Cuneo. Un vero segno del destino! La sera stessa le ho messe a bagno in acqua fredda e oggi mi sono preparata questo dessert (o cena) d'altri tempi.



Per 4 persone:
300 g circa di castagne secche
zucchero a piacere
1 stecca di vaniglia
1 cucchiaio di miele
1 cucchiaio di cacao amaro
sale
250 ml di panna fresca

Mettere in ammollo le castagne in acqua fredda per almeno 12 ore. Trascorso questo tempo, sciacquarle bene e levare loro gli eventuali frammenti di pellicina. Metterle in una casseruola dai bordi bassi, coprirle di acqua fredda, unire 4 o 5 cucchiaiate di zucchero, un pizzico di sale, la vaniglia. Portare a bollore e cuocere (coperto) per circa un'oretta, a fiamma molto bassa, badando di non rompere le castagne. Quando saranno cotte, gettare quasi tutta acqua residua, levare il baccello di vaniglia e rimettere sul fuoco, aggiungendo il miele e il cacao. Afferrare i due manici della casseruola e scuoterla ritmicamente, per rivestire le castagne con la glassa che si andra' formando. Servire le castagne calde con la panna montata ben fredda.






venerdì 14 novembre 2008

Gallina ripiena alla tremezzina

Devo dire in tutta onestà che, pur essendo di origini lariane, non conoscevo questa raffinata versione di ripieno per la gallina lessa. Sul portale della Cucina Lariana ho appreso di questa ricetta del grande cuoco tremezzino Eliseo Salice, capo chef alla Villa D'Este di Cernobbio negli anni '30. Confrontandola con una di "pollo ripieno", riportata nel già altre volte citato volumetto "Viaggio in Tremezzina", di Felice Cùnsolo e G.G. Brenna (edizione 1966), ho scoperto che la pietanza, come raccontava Salice, era tipica del periodo di Pentecoste. A me sembra perfetta anche per il periodo natalizio. Ho un solo rammarico: non aver potuto utilizzare una gallina ruspante. Mi sono dovuta accontentare di un esemplare da supermercato. Per questa ragione, ho sostituito le rigaglie (la gallina era venduta già eviscerata) con dei fegatini di pollo.




1 gallina di circa 1,3 kg
200 g di fegatini di pollo
una noce di burro
1/2 cipolla finemente tritata
1 cucchiaio di Marsala secco
1 cucchiaio di Brandy
1 fogliolina di erba salvia
120 g di mollica di pane, ammollata nel latte e ben strizzata
50 g di uvetta sultanina
50 g di parmigiano grattugiato
1 uovo
sale, pepe, noce moscata

Strinare la gallina; lavarla dentro e fuori; asciugarla accuratamente. Tenere i fegatini sotto acqua corrente per mezz'ora. Asciugarli bene e tagliarli a pezzetti. Farli colorire in poco burro, aromatizzato da una foglia di salvia e dalla cipolla tritata; sfumare con il Marsala e il Brandy, lasciar asciugare, salare e pepare. Farne un trito minuto con un coltello affilato o con la mezzaluna. Mettere il ricavato in una terrina, aggiungere la mollica di pane ben strizzata, l'uvetta, il parmigiano, l'uovo, sale, pepe e noce moscata. Mescolare accuratamente e farcire con il composto la gallina. Cucirne le due aperture con ago e filo, legando il volatile con qualche giro di spago da cucina. Mettere a bollire abbondante acqua, salata e aromatizzata da 2 carote, 1 gambo di sedano, 3 gambi di prezzemolo, una cipolla steccata con 1 chiodo di garofano. Cuocere la gallina per circa 2 ore, a fiamma moderata. A tempo debito, levarla dal brodo, eliminare lo spago e le cuciture, estrarre il cilindro di ripieno. Affettarlo e disporlo su un vassoio, in compagnia della gallina tagliata a pezzi. L'ho servita con patate e carote cotte al vapore, mostarda di Voghera e radicchio in insalata.





La ricetta originale
POLLO RIPIENO
Un pollo ruspante di un chilo e mezzo o due, pulitelo, farcitelo. Il composto della farcia va fatto con due etti di pane grattugiato e ammorbidito con un quarto di litro di latte, cento grammi di parmigiano grattato, cinquanta di uvetta sultanina, le rigaglie del pollo tagliate a pezzettini e saltate al burro insieme a una cipollina minuta, un uovo per legare tutto. Potete mandarlo in brodo con i soliti odori oppure arrosto. Nel primo caso lo servirete col contorno di un'insalatina di cicoria, uova sode, mostarda di Cremona; nel secondo caso con piselli freschi al burro.

martedì 30 settembre 2008

La pulenta uncia

Da sabato 27 settembre, Tremezzo è entrato a far parte del prestigioso club "I Borghi più belli d'Italia", primo comune della provincia di Como a ricevere l'ambita onorificenza. Per festeggiare l'evento, l'amministrazione comunale ha organizzato un week-end denso di appuntamenti culturali, musicali e gastronomici, che hanno animato tutte le frazioni del mio amato borgo natio. Il profumo del paradell e della pulenta uncia hanno risvegliato dolci ricordi di un tempo felice, quando tante amate persone erano ancora con me e si dava vita a lunghe tavolate, imbandite con i prodotti della nostra ubertosa terra. Sarà stata la nostalgia di quei volti, ma la polenta uncia che ho preparato ieri non mi è mai sembrata tanto buona.



Avvertenze: le dosi sotto riportate sono puramente indicative. La polenta si può fare anche utilizzando solo la farina gialla, la formaggella si può sostituire con del formaggio tipo latteria. Non sarà la medesima cosa, ma ci andrà molto vicino. Grana sì, grana no: c'è chi lo mette (io), chi ne fa a meno. Agite secondo il vostro gusto. Ritengo ingiusto intrappolare entro rigidi schemi una preparazione tanto popolare come la pulenta uncia.



250 g di farina gialla
250 g di farina di grano saraceno (fraina)
2 litri circa di acqua
sale grosso q.b.
mezzo chilo di formaggella
grana grattugiato
200 g di burro d'alpeggio
due o tre spicchi d'aglio

Preparare una polenta nel modo tradizionale, cuocendola a lungo. Il proprietario di una vecchia osteria di Rogaro la lasciava sul fuoco un'ora e un quarto; voi cuocetela per almeno 50 minuti. Dovrà risultare soda. Quando sarà cotta, prelevatela a cucchiaiate dal paiolo e adagiatela in una pirofila da forno, alternando strati di polenta con strati di formaggella (affettata sottile) e manciate di grana. Soffriggete il burro con gli spicchi d'aglio; quando sarà color noisette versatelo sopra la polenta. Mettete la pirofila in forno caldo (200°C) giusto il tempo necessario affinché il formaggio cominci a fondere. Servite in piatti (o scodelle) caldi.

Ecco una foto, presa dal web, di come si presenta la polenta uncia: la polenta annega in un lago di formaggio e di burro fuso al punto color nocciola.

domenica 13 aprile 2008

Ul braschìn



Aggiungere alla pasta di pane ingredienti come frutta secca o fresca, burro, qualche uovo e un po' di zucchero era prassi frequente nella cucina lariana di un tempo. Ul braschin (da brace- perché una volta veniva cotto direttamente sulla brasca ricoperta di cenere del camino) non è altro che pasta lievitata arricchita da uvetta secca, ammollata in acqua tiepida e ben asciugata, stesa nella teglia, spolverata di zucchero semolato e cotta in forno caldo. Che piacevole sorpresa sorseggiare il tè a casa della mamma e vedermi presentare davanti un pezzo di braschin!

mercoledì 26 marzo 2008

Frittata con l'erba di san Pietro

L'erba di S.Pietro (balsamita) è una pianta perenne originaria dell'Asia ma presente nell'Europa meridionale fin dall'antichità. Nel Medio Evo era coltivata per le sue proprietà medicinali e per l'uso in cucina, oggi è poco utilizzata. Ha foglie oblunghe con margini dentati che, strofinate, emanano un lieve sentore balsamico, somigliante al profumo della menta e del limone. Il suo nome potrebbe derivare dal fatto che fiorisce verso la fine di giugno, in prossimità della festa di S.Pietro. In America è conosciuta come Bible Leaf , poiché pare che i primi coloni usassero le foglie di quest'erba come segnalibro nella Bibbia.Ce l'ho in giardino da un paio d'anni e questa è la stagione più propizia per utilizzarla nelle frittate, dato che le foglie sono tenerissime.



Per quattro persone occorreranno:
6 uova grandi
una quarantina di tenere foglie di erba di san Pietro
3 cucchiai di Parmigiano Reggiano grattugiato
sale, pepe, profumo di noce moscata
un cucchiaio d'olio

Lavare e asciugare le foglie di erba di san Pietro. Togliere loro il gambo e la costola centrale (sono un po' coriacei). Battere brevemente le uova, condirle con sale, pepe, noce moscata e grana. Aggiungere le foglie, dare ancora una mescolata e cuocere in padella antiaderente ben calda e unta con un goccio di olio d'oliva.
NB io ho usato mezza dose, la frittata era per due persone.


sabato 22 marzo 2008

L'attesa









Uova di pasticceria, uova dipinte da piccole mani di bimbi. Tutto è pronto. La Resta, il dolce tipico di Como, sta per entrare in forno. La spiga di grano (o resta), tracciata sulla superficie, allude ai riti primaverili legati alla rinascita della natura ma anche alla Pasqua cristiana:"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12-24). Un augurio speciale di Buona Pasqua a tutti voi!

Ricetta della RESTA (dal sito Triangolo Lariano)

Ingredienti: 300 grammi di farina bianca, 150 grammi di burro, 100 grammi di zucchero, un cucchiaio di miele, tre uova, 100 grammi di uva sultanina, 100 grammi di arancia e cedro canditi a pezzetti, la buccia di un limone, 15 grammi di lievito di birra.
Impastare il lievito, sciolto in poca acqua tiepida, con un quarto della farina bianca e lasciare lievitare per un'ora. Impastare la restante farina con lo zucchero, il miele, il burro, le uova e la buccia del limone grattugiata, unire all'impasto precedente e lasciare lievitare per un'ora.
Manipolare di nuovo l'impasto, unendo le uvette e la frutta candita, disporlo su una teglia da forno dandogli la forma di un grosso pane allungato e infilandovi per il lungo un ramoscello di ulivo. Lasciare lievitare e poi infornare a cuocere per circa 40/50 minuti a 180°C.
Ricetta lariana tradizionale della Domenica delle Palme ovvero dei riti primaverili richiamati dal segno della spiga o resta impresso sulla superficie, raccolta e pubhblicata da Franco Soldaini in"A tavola dal Lario alla Brianza", Como 1997.

sabato 8 marzo 2008

Minestra di riso ed erbette

Come ad ogni accenno di primavera che si rispetti, ecco spuntare nei prati, agli inizi di marzo, i teneri germogli di silene, dalle mie parti chiamati semplicemente "erbett". Con un ciuffo di queste deliziose primizie, coltivate dentro un vaso in giardino, ho preparato la classica minestra dal sapore antico, che sa di cene alla buona e amorevoli carezze somministrate da madri e nonne affettuose.




un mazzetto di erba silene
una grossa patata
4 cipollotti
due cucchiai di olio extravergine
sale
4 pugni di riso
1,2 l di brodo
una fettina di burro
grana

Mondare e lavare con cura le erbette. Affettare i cipollotti e farli soffriggere dolcemente nell'olio. Quando sarano appassiti, aggiungere la patata, sbucciata e tagliata a piccoli dadi, e le erbette, grossolanamente trinciate. Salare con avarizia, lasciare insaporire per qualche minuto,versare il brodo, scaldato a parte. Dopo una decina di minuti buttare il riso e portare a cottura. Togliere la pentola dal fornello, aggiungere la fettina di burro (che conferirà una dolcezza tutta sua alla minestra) e un pugno di grana. Portare in tavola e scodellare.

mercoledì 13 febbraio 2008

Riso, patate e verza (ris, patati e verza)

Questa è una preparazione che ne riunisce altre due: il ris in cagnùn e i pizzoccheri. Non so se si possa definire un piatto "tradizionale" lariano, io lo inserisco tra questi perché veniva proposto in famiglia. E' molto nutriente; basterà della frutta a completare il pasto.



Per 4 persone
250 g di riso Arborio
1/4 di verza
1 grossa patata a pasta ferma
120 g circa di formaggio tipo latteria o Magnoca
Parmigiano Reggiano grattugiato q.b.
burro
olio extravergine
1 spicchio d'aglio
foglie di erba salvia
sale e pepe nero del mulinello

Sbucciare la patata e tagliarla a tocchi. Eliminare le foglie più dure della verza, lavare accuratamente quelle rimaste, sgrondarle e tagliarle a listerelle. Mettere sul fornello una pentola alta colma d'acqua; al bollore salare e gettare il riso. Dopo 5 minuti aggiungere la patata e la verza. Portare a cottura, scolare e tenere da parte. Affettare a lamelle il formaggio. In una piccola casseruolina mettere un pezzo di burro, un cucchiaio di olio, lo spicchio d'aglio (che poi si toglierà), un pizzico di sale e qualche fogliolina di salvia. Soffriggere fino a color dorato. Ungere di burro una pirofila da forno, fare un primo strato di riso e verdure, condire con un po' di formaggio latteria, una spolverata di grana e parte del soffritto di burro. Pepare.Fare un'altro strato di riso, formaggi, burro fuso e macinata di pepe. Mandare in forno caldo a 200°C per 5 minuti o fino a doratura della superficie.










martedì 12 febbraio 2008

Calzini o Misultitt?

Capita che, passeggiando una domenica per i monti di Mezzegra, l'occhio venga ingannato da una fila di calzini stesi al sole, scambiandoli per degli agoni appesi ad essiccare al vento della Tremezzina.





la foto dei veri agoni è presa da qui

I missoltini, ossia gli agoni di lago salati, essiccati e pressati nelle latte con foglie di alloro, li potete trovare già pronti per la successiva cottura sulla graticola (o in una comune padella antiaderente) nel negozio Le Specialità Lariane,a Lenno (Como).






Missoltini 1980-Giancarlo Vitali-Bellano
da qui



Cucinarli è molto semplice; l'ideale sarebbe disporre di una bella brace di legna, ma anche una bistecchiera in ghisa servirà egregiamente allo scopo. Si scalda bene la bistecchiera e si cuociono i missoltini, per pochi minuti, su entrambi i lati. Con un coltellino affilato si tolgono le eventuali scaglie e si servono spruzzati di aceto rosso e ottimo olio extravergine. Una volta nel piatto, si apre il missoltino tagliandolo per il lungo e, facendo leva con il coltello, si estrae la lisca centrale. Per ragioni di comodità, io preferisco ripulire gli agoni prima di servirli. L'accompagnamento ideale è una fumante polenta, ma vi assicuro che anche un'insalata di cicorino, tagliato finissimo e guarnito con qualche anello di cipolla rossa, ci starà d'incanto.